Notai: i contributi repertoriali sono deducibili

Cassazione Tributaria, ordinanza pubblicata il 10 gennaio 2017

I contributi repertoriali dovuti alla Cassa Nazionale del Notariato sono deducibili dal reddito di lavoro del notaio, poiché si tratta di un costo generato dall’attività professionale, quindi “inerente”. È quanto emerge dall’ordinanza n. 321/18 pubblicata ieri dalla Sesta Sezione Civile – T della Corte di Cassazione. 

I Giudici di legittimità hanno respinto il ricorso proposto dall’Agenzia delle Entrate avverso la sentenza della CTR del Veneto che ha dichiarato illegittimo l’avviso di accertamento ai fini IRAP oggetto di controversia, emesso a seguito del disconoscimento della deducibilità, dal reddito professionale del contribuente, dei contributi previdenziali versati alla Cassa Nazionale del Notariato. 

Nel ricorso l’Agenzia fiscale ha lamentato la violazione e falsa applicazione degli articoli 10 e 54 del TUIR, chiedendo, inutilmente, alla Suprema Corte di rivisitare l’orientamento giurisprudenziale di legittimità – al quale la CTR si è attenuta – che riconosce la deducibilità dal reddito professionale del notaio dei contributi obbligatori versati alla Cassa. 

Con l’ordinanza di ieri gli Ermellini ribadiscono il principio secondo cui i contributi versati dai notai sugli onorari loro spettanti sono indubbiamente inerenti, e cioè connessi, all’attività professionale svolta, non potendosi limitare il concetto di inerenza alle sole spese necessarie per la produzione del reddito ed escluderlo per quelle che sono una conseguenza del reddito prodotto. Tale distinzione non si rinviene nella legge e non è neppure ricavabile dall’aggettivo “inerente” usato dal legislatore, poiché esso, per la sua genericità, postula un rapporto di intima relazione tra due cose o idee che si può verificare sia quando l’una sia lo strumento per realizzare l’altra sia quanto ne sia l’immediata derivazione (così Cass. nn. 2781, 3595, 3596 del 2001 e n. 1939/2009). 

Il citato principio, invero, è stato affermato con riferimento all’art. 50 L. 597 del 1973. Tuttavia il vigente art. 54 del TUIR – che disciplina la materia dei redditi da lavoro professionale analogamente all’art. 50 TUIR ante riforma del 2004 -, nel prevedere che “Il reddito derivante dall’esercizio di arti e professioni è costituito dalla differenza tra l’ammontare dei compensi in denaro o in natura percepiti nel periodo d’imposta, anche sotto forma di partecipazione agli utili, e quello delle spese sostenute nel periodo stesso nell’esercizio dell’arte o della professione, salvo quanto stabilito nei successivi commi. I compensi sono computati al netto dei contributi previdenziali e assistenziali stabiliti dalla legge a carico del soggetto che li corrisponde”non esclude la deducibilità da tale tipo di reddito dei contributi repertoriali dei notai, permanendo invariata la loro inerenza all’esercizio professionale; in buona sostanza, se tali contributi non sono deducibili ai sensi della seconda parte del primo comma del citato art. 54 TUIR, in quanto posti dalla legge direttamente a carico del professionista per aver iscritto l’atto a repertorio e non del cliente (e quindi corrisposti soltanto dal notaio, indipendentemente dall’effettiva riscossione del corrispettivo della prestazione e dalla eventuale gratuità della stessa), lo sono però in base alla prima parte del primo comma della norma in esame, ove si fa espresso riferimento alle “spese sostenute nel periodo stesso nell’esercizio dell’arte o della professione”, ovvero alle spese che, come quelle di specie, sono inerenti all’attività svolta; e neppure è risolutivo il disposto di cui all’art. 10 TUIR, posto che l’espressa previsione di deducibilità dal reddito complessivo dei “contributi previdenziali ed assistenziali versati in ottemperanza a disposizioni di legge”, previsto alla lettera e) del primo comma della citata disposizione, è prevista solo in via residuale, ovvero in mancanza di “deducibilità nella determinazione dei singoli redditi che concorrono a formarlo”

Alla luce di queste considerazioni i Supremi Giudici hanno disposto il rigetto del ricorso prodotto dall’Agenzia delle Entrate, condannandola altresì al pagamento, in favore del professionista controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità.